Il modello energetico americano non è un modello

Giuseppe Artizzu – Huffington Post, 12-11-13

Dunque l’America di Bush e Obama è un modello energetico illuminato, da importare al di qua dell’Atlantico. Ora, i numeri non sono lontani dalla realtà, ma la conclusione è quantomeno affrettata. Che Scaroni e colleghi tempestino di slogan la stampa europea è comprensibile. Che i ministri dell’industria di mezzo continente facciano loro da grancassa, no.

La storia recente americana, in breve, è questa: lo scorso decennio l’impennata del prezzo di petrolio e gas ha reso per la prima volta economicamente sfruttabili, con tecnologie innovative, riserve già note di idrocarburi non convenzionali.

Soldi, competenze e infrastrutture capillari, uniti alla proprietà privata del sottosuolo, hanno innescato una corsa molto americana al giacimento: nel giro di pochi anni, il declino apparentemente irreversibile della produzione di gas si è trasformato in un boom, seguito a breve da quello della produzione di petrolio.

Peccato che, soprattutto nel gas, si sia trivellato molto più in fretta di quanto non si siano costruiti gasdotti e terminali per portarlo ai mercati di sbocco. Il risultato è stato un tracollo dei prezzi. L’elettricità, prodotta sempre più bruciando gas a prezzi di saldo, ha seguito a ruota.

Il risultato è sufficiente per una storia di successo? Sul piano tecnologico sì, ma su quello della politica energetica nel suo complesso? È qui che la valutazione di Scaroni e colleghi si fa propaganda.

Il prezzo americano dell’energia è stracciato perché il mercato soffre un eccesso di offerta unito ad una domanda strozzata da vincoli infrastrutturali. A questi prezzi pochi produttori generano i flussi di cassa necessari a sostenere la crescita della produzione: colossi come Shell, BHP, Encana e BG hanno già dovuto svalutare per miliardi di dollari i giacimenti non convenzionali in bilancio.

Sono le verosimili premesse di un rallentamento dell’offerta, proprio mentre si attende un’esplosione della domanda: la Louisiana è letteralmente tappezzata di progetti petrolchimici concepiti per sfruttare il gas a buon mercato, mentre i trader fanno a gara ad autorizzare impianti di liquefazione per esportare il gas verso mercati più remunerativi (l’Europa e, soprattutto, l’Asia). In altre parole, un pezzo di Europa guarda con ammirazione a un mercato in palese disequilibrio, in cui una bolla (di trivelle) ne sta innescando altre due (di insediamenti petrolchimici e terminali di esportazione).

Ma che razza di modello è? Dilapidare una risorsa scarsa affondandone il prezzo, e spiazzando al contempo investimenti in fonti rinnovabili e chimica sostenibile? Le prossime generazioni di americani si troveranno meno gas e meno rinnovabili, complimenti per la lungimiranza.

Certo, oggi per l’economia americana è un bel tonico, ma che differenza c’è fra dilapidare risorse e stimolare l’economia con politiche espansive in deficit? Nessuna: in entrambi i casi si scippa il futuro dei figli. Anzi, se il deficit finanziasse infrastrutture magari i figli ne godrebbero, ma se bruciamo il loro gas senza investire massicciamente in energie alternative, li scippiamo due volte.

E questo senza considerare l’impatto territoriale ed ambientale delle campagne di trivellazione. Le nuove tecniche estrattive richiedono molti più pozzi e molta più acqua di quelle tradizionali, oltre che enormi volumi di sabbie e miscele chimiche. L’unico aspetto innegabilmente positivo, finché il vantaggio di prezzo dura, è che negli Stati Uniti il gas sta spiazzando carbone.

Ricapitolando: oltreoceano il gas costa un terzo e l’elettricità la metà, ma attraverso il prisma di competitività, sicurezza e sostenibilità degli approvvigionamenti, le scelte americane sono un condensato di miopia. Energia economica? Sì, troppo: al punto da incoraggiare investimenti sbagliati e spiazzare quelli giusti. E in ogni caso, per quanto? Energia sicura? Sì, oggi e forse domani: ma qui non contano gli anni, contano le generazioni. Energia pulita? Sì, ma solo se il metro di confronto è decapitare le montagne del Kentucky per estrarre e bruciare carbone. Se permettete, energia pulita è un altra cosa.

Ministro Zanonato, in Europa abbiamo fatto molti errori, ma chiedere un’inversione delle priorità di politica energetica per inseguire un’aberrazione non è realpolitik, è la resa culturale di un continente.

Articoli correlati

Green energy move fuels German job fears

Jeevan Vasagar – Financial Times, 12-11-13 German manufacturers are at risk of losing energy exemptions worth billions of euros, prompting warnings that factories will be unable to compete with US rivals that are benefiting from the shale boom. One of the most contentious proposals being discussed as part of Germany’s …

L’intervento sugli incentivi agita il mondo dell’energia

Gianluigi Torchiani – Energia24, 23-09-13 L’annunciata riforma del Governo riaccende le polemiche tra operatori delle rinnovabili e quelli da fonti tradizionali Altro che coesistenza pacifica tra fonti fossili ed energie pulite: al contrario di quanto auspicato da più parti, la contrapposizione tra gli operatori del settore energetico resta molto alta, …